sfondo
fondoarticolo

MI CHIAMO ANIS E SONO FIGLIO DI IMMIGRATI

Riflessione sul primo Marzo 2010: lo sciopero degli immigrati.

Anis Bouth • marzo 2010

Mi chiamo Anis Bouh, ho sedici anni e sono figlio di immigrati.

A differenza dei miei genitori sono nato e cresciuto in Italia e come dice il mio professore, Gianluigi Vettor, sono molto fortunato rispetto ad altri immigrati, perché dispongo di due distinte culture.

Sono di origine marocchina e parlo perfettamente la lingua dei miei genitori, perché fin dall’infanzia, quasi ogni estate, trascorro le vacanze a Casablanca, in Marocco. I primi giorni sono sempre un po’ critici perche devo abituarmi in fretta al loro modo di fare ed anche perché a Casablanca la vita è molto frenetica.

Inizialmente fu mio padre a venire in Italia e passarono svariati anni prima che mia madre lo potesse raggiungere, ha preferito aspettare per poterle garantire un’abitazione e una maggiore sicurezza economica.

immigrati

Ed eccomi qua,due anni dopo l’arrivo di mia madre sono nato io e quattro anni dopo di me mia sorella. Da allora non ci sono stati problemi e la nostra famiglia è riuscita ad integrarsi perfettamente anche perche sono persone aperte.

I nostri vantaggi sono chiaramente la possibilità di poter passare le vacanze nella propria patria e sapere molteplici lingue,mentre gli svantaggi sono spesso la diffidenza che la gente ha nei nostri confronti dovuta ai soliti pregiudizi.

Oggi è la giornata degli immigrati e gli stranieri che aderiscono a questo sciopero non lavorano per l’intera giornata.

Secondo me è una buona cosa per il semplice fatto che così gli Stati ospitanti si rendono conto della differenza che si crea senza la forza lavoro degli stranieri, se non ci fossero dei lavoratori che svolgono determinati ruoli, poco ambiti, si creerebbe un vuoto all’interno del mercato del lavoro.

Concludo dicendo che l’idea di questo sciopero è davvero geniale e secondo me farne uno all’anno non è sufficiente, ne servirebbero altri per accrescere la rilevanza di tale evento.

HAVING YOUR SAY

magazine interculturale